Scegliere l’università quando l’intelligenza artificiale cambia le professioni, cercare il proprio scopo senza farne un’ansia, cambiare strada a 19 anni. Ne parliamo con i due conduttori del Da Grande Fest, in programma il 7 novembre a Milano, di cui Alpha Test è community partner.
“Cosa vuoi fare da grande?” È la domanda che chi frequenta gli ultimi anni delle superiori si sente rivolgere più spesso, e quasi mai aiuta a rispondere. Da questa domanda prende il nome il Da Grande Fest, il festival che sabato 7 novembre 2026 porta al BASE di Milano filosofi, storici delle emozioni, economisti e divulgatori per una giornata dedicata a chi si chiede chi può ancora diventare, a qualsiasi età. Alpha Test è community partner dell’iniziativa.
A condurre il festival sono Giulio Xhaët, co-ideatore e direttore artistico, partner e head of communication di Newton Group, autore per Marsilio e Mondadori con quindici anni di esperienza nei percorsi di sviluppo personale, e Fabiana Andreani, career coach e content creator, tra le voci più seguite in Italia sui temi del lavoro e delle scelte professionali per gli under 35.
Li abbiamo intervistati a due voci su ciò che riguarda da vicino chi deve scegliere l’università: quanto conta il corso di laurea, come si cerca il proprio scopo senza ansia, quanto è reversibile una decisione presa a 19 anni.
“Cosa vuoi fare da grande?”: perché a diciotto anni è una domanda che aiuta poco, e con quale la sostituireste?
Giulio Xhaët: Io oggi “da grande” voglio fare Da Grande. In realtà credo che porsela aiuti, se ti chiedi anche perché vuoi farlo e se la risposta è la stessa che avresti dato da bambino. Io da bambino volevo fare lo scrittore, poi a diciotto anni la rockstar. Perché? Perché voglio creare qualcosa che almeno in parte abbia la mia firma. Oggi, da progettista di percorsi di sviluppo, formatore e autore, faccio proprio questo. Che gran fortuna che ho!
Fabiana Andreani: Perché ti chiede un’etichetta prima che tu abbia fatto esperienze. A diciotto anni la maggior parte dei mestieri possibili non li conosci nemmeno, e alcuni non esistono ancora. Così la domanda produce una risposta di comodo oppure un senso di colpa. Io la sostituirei con: “Quali problemi ti piacerebbe imparare a risolvere?”. Sposta l’attenzione dal titolo alle attività, e soprattutto si può mettere alla prova: provi, sbagli, aggiusti. Apre un percorso invece di chiedere una sentenza.
Con l’intelligenza artificiale che cambia le professioni, ha ancora senso scegliere l’università in base al mestiere a cui porta?
Giulio Xhaët: Dipende dal tipo di facoltà. Per quelle verticali, come Giurisprudenza o Medicina, ha senso; per quelle più trasversali ed “eclettiche” il collegamento è minore. E se si riduce la connessione lineare tra studi e professione, a questo punto ha più senso studiare qualcosa che ci appassiona. E intanto studiare l’intelligenza artificiale, e soprattutto usarla come alleata di sviluppo e apprendimento, non per delegare in modo selvaggio attività e fatica: prima devo comprendere davvero un argomento, poi lo posso parzialmente delegare. Questo vale per qualsiasi professione.
Si parla molto di “trovare il proprio scopo”. Come ci si lavora a diciotto anni senza che diventi un’ansia in più?
Giulio Xhaët: In due modi, uno esperienziale e l’altro introspettivo. Vivi esperienze che ti portano a divergere, a conoscere persone e contesti diversi da quelli abituali. Oggi non serve essere ricchi per viaggiare, soprattutto se al posto delle vacanze organizzate fai viaggi con lavoretti o studio annessi. E poi ragiona ponendoti delle domande generative sul tuo scopo: “Qual è la cosa che mi fa stare meglio o peggio quando studio?”, “Qual è la cosa più preziosa che posso offrire agli altri?”, “Che cosa mi fa sentire in pace con me stesso, e perché?”.
Una nota: gli introversi, più abituati a interrogarsi dentro, ricevono di solito più benefici dalle esperienze “là fuori”. Gli estroversi, più abituati alle esperienze là fuori, ricevono più benefici ponendosi qualche domanda generativa.
Quanto conta davvero il corso di laurea quando si cerca il primo lavoro?
Fabiana Andreani: Conta, ma meno di quanto si pensi, tranne nelle professioni regolamentate come Medicina, Giurisprudenza o Ingegneria, dove il titolo è un requisito. Per moltissimi altri ruoli chi seleziona guarda soprattutto cosa sai fare e come lo racconti: esperienze, progetti, lingue, tirocini, la capacità di spiegare perché vuoi proprio quel lavoro. Capita spesso che un laureato in Lettere finisca nel marketing o un’ingegnera nelle risorse umane. La laurea apre una porta; quello che fai negli anni di università decide quante altre se ne aprono.
Che cosa conviene fare già dal primo anno di università, oltre agli esami, per arrivare preparati al primo lavoro?
Fabiana Andreani: Tre cose. Primo: passare dal career service dell’ateneo già al primo anno, non all’ultimo. Offre eventi, colloqui e opportunità che quasi nessuno sfrutta. Secondo: fare esperienze, anche piccole, come un lavoretto, un’associazione studentesca, un progetto con i compagni o un Erasmus quando arriva il momento. Ognuna è una riga di CV e una storia da raccontare al colloquio. Terzo: costruire relazioni con docenti, colleghi e professionisti, anche su LinkedIn. E tieni un diario di ciò che impari, perché tra tre anni ti servirà per spiegare chi sei diventata o diventato.
Quanto è reversibile una scelta fatta a 19 anni?
Giulio Xhaët: Quasi sempre del tutto reversibile. La maggiore lunghezza, varietà e densità della vita è un dato oggettivo, e uno dei pochi aspetti spesso positivi della nostra epoca.
Fabiana Andreani: Molto più di quanto si creda. Si può cambiare corso facendosi riconoscere parte degli esami, fare una magistrale diversa dalla triennale, cambiare settore dopo i primi lavori. Il vero costo non è la scelta sbagliata, è restarci per paura del giudizio. Un anno “perso” a diciannove anni, visto da trenta, è spesso l’anno in cui hai capito cosa non volevi. L’importante è cambiare con un motivo: non scappare da qualcosa, ma andare verso qualcosa che hai provato a conoscere.
Perché una studentessa o uno studente dovrebbe venire al Fest il 7 novembre, e che cosa non deve perdersi?
Giulio Xhaët: Per ascoltare le storie di persone di ogni età che possono non solo ispirarli, ma orientarli e prenderli per mano. Per conoscere spiriti affini e gente bella. E per entrare a far parte di una community autentica, nata con lo scopo di crescere, vivere nuove avventure e diventare grandi insieme.
Fabiana Andreani: Perché è raro trovare un posto dove le domande contano più delle risposte pronte. Il 7 novembre al BASE di Milano nessuno ti dirà cosa devi fare da grande. Troverai invece persone che ti aiutano a farti domande migliori, con ospiti come Maura Gancitano, Tiffany Watt Smith e Massimo Temporelli. Da non perdere l’apertura, quando a ritmo di musica scopri il tuo gruppo di “appassionati”: arrivi da sola o da solo ed esci con persone che condividono le tue passioni. E io sarò lì a condurre: venite a salutarmi!
In una frase: il consiglio che dareste a chi oggi ha diciotto anni.
Giulio Xhaët: Non sentirti in ritardo: ognuno ha i suoi tempi.
Fabiana Andreani: Non devi sapere già chi sarai: devi solo fare il prossimo passo con curiosità, e avere il coraggio di correggerlo.
Il Da Grande Fest
Da Grande Fest, sabato 7 novembre 2026, BASE Milano (via Bergognone 34, MM2 Porta Genova o Sant’Agostino). Programma principale dalle 14 alle 20, con Maura Gancitano, Tiffany Watt Smith, Massimo Temporelli, Nicolò Andreula, Mattia Gallotti e altri ospiti. Programma completo e biglietti su dagrandefest.it.